Trova la differenza

A distanza di anni dal termine dei fasti politici di George W. Bush (due) e Tony Blair (tre), il mondo liberal riversa ancora su di loro una pervicace e indifferenziata ostilità. Il presidente Obama è sottoposto, et pour cause, all’esame della critica progressista che ne setaccia la nomenclatura militare, politica e finanziaria in cerca di globuli repubblicani. Ma la damnatio memoriae è invalidata dalla durezza di un paese rimasto profondamente bushiano.
23 AGO 20
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A distanza di anni dal termine dei fasti politici di George W. Bush (due) e Tony Blair (tre), il mondo liberal riversa ancora su di loro una pervicace e indifferenziata ostilità. Il presidente Obama è sottoposto, et pour cause, all’esame della critica progressista che ne setaccia la nomenclatura militare, politica e finanziaria in cerca di globuli repubblicani. Ma la damnatio memoriae è invalidata dalla durezza di un paese rimasto profondamente bushiano. Nel Regno Unito, complice l’aggressività della stampa leftist, si presenta il paradosso di un Labour d’opposizione nel quale i fratelli Miliband fanno a gara per schivare ogni rassomiglianza con il leader che ha governato per un decennio. Singolare, no?

Affratellati dalla necessità
di fronteggiare la più temibile emergenza bellica del secondo Dopoguerra, l’11 settembre, concordi nel farlo attraverso una dottrina che alla guerra preventiva ha affiancato l’esportazione della democrazia e dei diritti umani nel mondo arabo-islamico, Bush e Blair non potevano sembrare più diversi l’uno dall’altro. Alla Casa Bianca un texano adottivo irsuto e dai modi spicci – ma meno di come si dica –, oggi acquartierato nel silenzio di chi si sente a posto con la storia e con la coscienza; a Downing Street il fiore dell’establishment britannico, “cool” come la sua Britannia e ancora al centro del crocevia internazionale in quanto ricco conferenziere e inviato del Quartetto di mediazione tra Israele e Anp.

Così differenti, Bush e Blair,
eppure così indissolubili nell’impossibilità di cancellarne il profilo di eroi eponimi d’una stagione di benessere incendiaria e, sopra tutto, pur sempre imitabile. Proprio ciò che il convenzionalismo umanitarista non può perdonare.